Individuale
I webattori: la base del web2.0
10/10/08 14:17
La definizione - mutuata dal francese e proposta da Pisani-Piotet (2008) - identifica l'insieme degli utenti di internet che, oltre a consultare le informazioni sul web, ne inseriscono di nuove, sia come risposte a precedenti (blog, comunità sociali, altre), sia come contenuti multimediali.
Questo post ha lo scopo di aiutare a identificare questa tipologia di utenti che è alla base del web2.0.
Si può affermare che oggigiorno oltre il 60% dei contenuti del web è inserito da questi webattori. Essi condividono parte delle loro informazioni grazie a servizi o strumenti che saranno presentati in seguito. Sono contemporaneamente consumatori/creatori, lettori/scrittori, ascoltatori/registi, spettatori/produttori. Le informazioni da loro inserite sono etichettate tramite dei "tag"; così facendo queste risultano organizzate in insiemi (ri)modellabili.
Si potrebbe affrontare il tema da diversi punti di vista: da quello dei nativi digitali che vivono il web2.0 in modo acritico, a quello delle imprese che lo sfruttano (limitatamente a quelle che l'hanno compreso), passando per la diminuzione dei costi dell'informazione e al suo corollario, la disponibilità degli esperti. Mi limito a segnalare il modello del plus-valore delle informazioni prodotte dai webattori, rimandando a altri post altri approfondimenti sul tema.
Se - come afferma O'Reilly -, i webattori aggiungono valore all'informazione, facendo emergere una saggezza, perché non utilizzare questo loro lavoro in modo diretto, organizzato e gratuito, come plus-valore? Questo modo di vedere il lavoro dei webattori è definito con il termine di "crowdsourcing" che, tradotto, potrebbe suonare come l' "esternalizzazione delle produzioni delle moltitudini". Si ispira a due termini - "outsourcing" e "wisdom of crowds" (esternalizzazione e saggezza delle moltitudini) ma va oltre questi (vedi la corrispondente voce di wikipedia). Grazie a questo plus-valore e a regole qui non dettagliate, emerge la qualità dell'informazione e si elimina il superfluo e il poco valido. Una dimostrazione di questo, in due ambiti diversi tra loro, lo possono pragmaticamente dimostrare wikipedia e flickr. Nel primo, la qualità degli interventi è controllata dai webattori, esperti nel campo, che correggono e commentano; nel secondo, dalle fotografie di qualità che emergono dalla massa e che sono mostrate tra le 500 migliori del giorno (vedi explore).
Su questo nuovo meccanismo che apre nuovi paradigmi, si dovrà riflettere. Troppe sono ancora le incertezze. Le analisi dei siti di web2.0 che sfruttano intensivamente il "crowdsourcing", ci daranno delle risposte.
Questo post ha lo scopo di aiutare a identificare questa tipologia di utenti che è alla base del web2.0.
Si può affermare che oggigiorno oltre il 60% dei contenuti del web è inserito da questi webattori. Essi condividono parte delle loro informazioni grazie a servizi o strumenti che saranno presentati in seguito. Sono contemporaneamente consumatori/creatori, lettori/scrittori, ascoltatori/registi, spettatori/produttori. Le informazioni da loro inserite sono etichettate tramite dei "tag"; così facendo queste risultano organizzate in insiemi (ri)modellabili.
Si potrebbe affrontare il tema da diversi punti di vista: da quello dei nativi digitali che vivono il web2.0 in modo acritico, a quello delle imprese che lo sfruttano (limitatamente a quelle che l'hanno compreso), passando per la diminuzione dei costi dell'informazione e al suo corollario, la disponibilità degli esperti. Mi limito a segnalare il modello del plus-valore delle informazioni prodotte dai webattori, rimandando a altri post altri approfondimenti sul tema.
Se - come afferma O'Reilly -, i webattori aggiungono valore all'informazione, facendo emergere una saggezza, perché non utilizzare questo loro lavoro in modo diretto, organizzato e gratuito, come plus-valore? Questo modo di vedere il lavoro dei webattori è definito con il termine di "crowdsourcing" che, tradotto, potrebbe suonare come l' "esternalizzazione delle produzioni delle moltitudini". Si ispira a due termini - "outsourcing" e "wisdom of crowds" (esternalizzazione e saggezza delle moltitudini) ma va oltre questi (vedi la corrispondente voce di wikipedia). Grazie a questo plus-valore e a regole qui non dettagliate, emerge la qualità dell'informazione e si elimina il superfluo e il poco valido. Una dimostrazione di questo, in due ambiti diversi tra loro, lo possono pragmaticamente dimostrare wikipedia e flickr. Nel primo, la qualità degli interventi è controllata dai webattori, esperti nel campo, che correggono e commentano; nel secondo, dalle fotografie di qualità che emergono dalla massa e che sono mostrate tra le 500 migliori del giorno (vedi explore).
Su questo nuovo meccanismo che apre nuovi paradigmi, si dovrà riflettere. Troppe sono ancora le incertezze. Le analisi dei siti di web2.0 che sfruttano intensivamente il "crowdsourcing", ci daranno delle risposte.
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"Digital divide" tra i docenti?
08/10/08 11:07
A fine 2007 è stata effettuata un'inchiesta presso tutti i docenti delle Scuole elementari del Ticino. Da questa inchiesta - stilata dall'USR, non ancora pubblicata e alla quale ha risposto oltre la metà dei docenti (52%) - emergono dati coerenti con quelli citati nel mio precedente post sul tema: la maggior parte dei docenti sa usare e impiega le ICT per il proprio lavoro di preparazione.
Emergono anche altri elementi significativi e importanti.
Uno di questi è che solo il 25% dell'insieme dei docenti pensa di usare le ICT in classe e solo l'8% le impiega regolarmente con gli allievi, nella propria classe. Una mancata integrazione delle ICT in questo settore. Vedremo di approfondire il tema successivamente.
Un altro elemento importante che emerge è che quasi la metà dei docenti in carica non ha risposto all'inchiesta malgrado le sollecitazioni arrivate da più parti che indicavano la stessa come importante. Presumibilmente, si può dedurre che il 48% dei docenti non è interessato alle ICT né come strumento per il proprio lavoro di preparazione, né lo impiega regolarmente. È un'interpretazione, che però mi permette di affermare che anche alle nostre latitudini sta' effettivamente emergendo come il "Digital divide" si è spostato dalle nuove generazioni - ormai formate da nativi digitali - a quelle dei docenti in carica che non hanno avuto una formazione a queste tecnologie. Questo è un problema che si potrà facilmente risolvere (formazione, informazione, emulazione, accesso alla dotazione) se lo si identifica. Un ulteriore freno all'integrazione delle ICT.
Emergono anche altri elementi significativi e importanti.
Uno di questi è che solo il 25% dell'insieme dei docenti pensa di usare le ICT in classe e solo l'8% le impiega regolarmente con gli allievi, nella propria classe. Una mancata integrazione delle ICT in questo settore. Vedremo di approfondire il tema successivamente.
Un altro elemento importante che emerge è che quasi la metà dei docenti in carica non ha risposto all'inchiesta malgrado le sollecitazioni arrivate da più parti che indicavano la stessa come importante. Presumibilmente, si può dedurre che il 48% dei docenti non è interessato alle ICT né come strumento per il proprio lavoro di preparazione, né lo impiega regolarmente. È un'interpretazione, che però mi permette di affermare che anche alle nostre latitudini sta' effettivamente emergendo come il "Digital divide" si è spostato dalle nuove generazioni - ormai formate da nativi digitali - a quelle dei docenti in carica che non hanno avuto una formazione a queste tecnologie. Questo è un problema che si potrà facilmente risolvere (formazione, informazione, emulazione, accesso alla dotazione) se lo si identifica. Un ulteriore freno all'integrazione delle ICT.
Competenze ICT dei docenti
22/09/08 16:24
Come formatore che si occupa dell'integrazione delle ICT in ambito scolastico, analizzo regolarmente le competenze ICT tecniche dei futuri insegnanti, da 10 anni a questa parte. La mia ipotesi è che maggiore è la competenza tecnica del docente, più alta sarà la possibilità che questo, una volta nella scuola, integri le ICT nel suo insegnamento di classe.
L'ipotesi è da verificare anche perché la letteratura di ricerca afferma (dati fino al 2003) che non esistono legami particolarmente significativi. I giovani insegnanti, pur usando in modo significativo le ICT fuori dal contesto scolastico, le integrano poco in quello di classe. Riprenderò in seguito questo discorso.
In questo post mi preme osservare che sull'arco di questa decina d'anni le mie osservazioni hanno permesso di appurare che le competenze ICT dei nuovi insegnanti sono cresciute in modo esponenziale. Attualmente, chi affronta il percorso professionalizzante di docente, indipendentemente dal settore scolastico, ha competenze ICT notevoli.
In sintesi, ecco i dati di inizio anno accademico 2008/2009.
Tutti i futuri docenti che iniziano la formazione (SE/SM/SMS) possiedono un computer casalingo (100%); la maggior parte sa operare in modo più che sufficiente con almeno un sistema operativo e con gli applicativi ricorrenti (97%); l’allacciamento all'internet tramite banda larga è uno standard (90%). Quasi la metà fa ricorso regolarmente servizi del web2.0 (40%).
In altre parole, per quanto attiene all'integrazione delle ICT, le scuole di livello terziario, quale l'ASP, non devono oramai più offrire contenuti di tipo tecnico, bensì pedagogico e/o didattico, sia di didattica generale, sia disciplinare, per entrambi i settori della formazione di base/pedagogica e continua. Integrare cioè le ICT nella formazione terziaria.
da inchiesta ASP 2008/2009 settore FP-SM
L'ipotesi è da verificare anche perché la letteratura di ricerca afferma (dati fino al 2003) che non esistono legami particolarmente significativi. I giovani insegnanti, pur usando in modo significativo le ICT fuori dal contesto scolastico, le integrano poco in quello di classe. Riprenderò in seguito questo discorso.
In questo post mi preme osservare che sull'arco di questa decina d'anni le mie osservazioni hanno permesso di appurare che le competenze ICT dei nuovi insegnanti sono cresciute in modo esponenziale. Attualmente, chi affronta il percorso professionalizzante di docente, indipendentemente dal settore scolastico, ha competenze ICT notevoli.
In sintesi, ecco i dati di inizio anno accademico 2008/2009.
Tutti i futuri docenti che iniziano la formazione (SE/SM/SMS) possiedono un computer casalingo (100%); la maggior parte sa operare in modo più che sufficiente con almeno un sistema operativo e con gli applicativi ricorrenti (97%); l’allacciamento all'internet tramite banda larga è uno standard (90%). Quasi la metà fa ricorso regolarmente servizi del web2.0 (40%).
In altre parole, per quanto attiene all'integrazione delle ICT, le scuole di livello terziario, quale l'ASP, non devono oramai più offrire contenuti di tipo tecnico, bensì pedagogico e/o didattico, sia di didattica generale, sia disciplinare, per entrambi i settori della formazione di base/pedagogica e continua. Integrare cioè le ICT nella formazione terziaria.
da inchiesta ASP 2008/2009 settore FP-SM04/09/08 11:30
Google è il ragno della Rete. In essa svolge una metafunzione: sapere dov'è il sapere. Dio non risponde mai; Google sempre, e immediatamente. Gli sottoponiamo un messaggio sgrammaticato e sintetico all'estremo; un clic e... bingo! La cataratta: il bianco accecante della pagina si annerisce d'improvviso, il vuoto si trasforma in pieno, la concisione in logorrea. Ogni volta si vince. Dal momento che lavora su quantità di dati enormi, Google obbedisce a un tropismo totalitario, inghiotte e digerisce. Da qui nasce il progetto di scannerizzare tutti i libri, di analizzare tutte le tipologie di materiali: cinema, televisione, stampa; oltre questo limite, il bersaglio logico della googleizzazione è l'universo intero. Lo sguardo onniveggente percorre il globo, e legge avidamente ogni piccolo insieme di dati. Affidagli la tua catasta di documenti, e lui sistemerà ogni cosa al suo posto - e sistemerà anche te, che per l'eternità non sarai altro che la somma dei tuoi clic. Google un Grande Fratello? Come non pensarlo? Per questo deve presentarsi come fondamentalmente buono. È cattivo? Di sicuro è stupido. Se le risposte che appaiono sullo schermo sono moltissime, è perché le legge appena. L’impulso iniziale è fatto di parole, e le parole hanno più di un senso. Ma il senso sfugge a Google, che codifica, ma non decifra. Memorizza le parole nella loro materialità bruta. Tocca sempre a te, quindi, trovare nel pagliaio l'ago di quel che realmente cercavi.
Google sarebbe intelligente se si potessero processare i significati. Ma non è possibile. Come un Sansone rasato, Google continuerà ciecamente a macinare fino alla fine dei tempi.
di Jacques-Alain Miller - tratto da “Nuovi miti d’oggi”, Isbn Edizioni, 2008

Google sarebbe intelligente se si potessero processare i significati. Ma non è possibile. Come un Sansone rasato, Google continuerà ciecamente a macinare fino alla fine dei tempi.
di Jacques-Alain Miller - tratto da “Nuovi miti d’oggi”, Isbn Edizioni, 2008

La storia "open source"
31/08/08 09:22
Stanno avendo un successo al di sopra delle aspettative i siti web - di regola delle televisioni statali - che offrono materiale multimediale di tipo storico.
Nella fruizione delle informazioni, la multimedialità si è da tempo affiancata ai testi grazie alla digitalizzazione che la rende più manipolatile e riutilizzabile. I suoi canali comunicativi (suono, immagine, testo) si fondono, rendendo le informazioni veicolate maggiormente pregnanti. Se i contenuti sono interessanti, ecco che il successo appare evidente. Nell'ambito formativo la multimedialità sta' avendo successo da vari punti di vista: passivo (fruizione), creativo (costruzione) e interattivo (individuale). Su questi punti tornerò in dettaglio più avanti. Fermiamoci però alla storia.
Il poter usufruire e commentare (stile web2.0) documenti multimediali di tipo storico, autorizza l'uso dell'identificativo "open source". Infatti, sono disponibili i filmati, condivise la critiche, individuali le ricostruzioni. Evidentemente, non sono i siti come quello della TSr, dell’archivio della Tv francese della TSi (vedi navigastoria) o altri che potranno (ri)costruire la storia. Tuttavia, anche in questo campo emergono opportunità interessanti che a livello formativo e soprattutto didattico forniscono spunti e materiale che fino a pochi lustri or sono erano impensabili. Al docente conoscerne la portata, approcciarli criticamente, integrarli nella sua didattica di classe e consigliarli come materiali per uno studio/approfondimento individuale. Questo è un esempio di integrazione delle ICT.
Nella fruizione delle informazioni, la multimedialità si è da tempo affiancata ai testi grazie alla digitalizzazione che la rende più manipolatile e riutilizzabile. I suoi canali comunicativi (suono, immagine, testo) si fondono, rendendo le informazioni veicolate maggiormente pregnanti. Se i contenuti sono interessanti, ecco che il successo appare evidente. Nell'ambito formativo la multimedialità sta' avendo successo da vari punti di vista: passivo (fruizione), creativo (costruzione) e interattivo (individuale). Su questi punti tornerò in dettaglio più avanti. Fermiamoci però alla storia.
Il poter usufruire e commentare (stile web2.0) documenti multimediali di tipo storico, autorizza l'uso dell'identificativo "open source". Infatti, sono disponibili i filmati, condivise la critiche, individuali le ricostruzioni. Evidentemente, non sono i siti come quello della TSr, dell’archivio della Tv francese della TSi (vedi navigastoria) o altri che potranno (ri)costruire la storia. Tuttavia, anche in questo campo emergono opportunità interessanti che a livello formativo e soprattutto didattico forniscono spunti e materiale che fino a pochi lustri or sono erano impensabili. Al docente conoscerne la portata, approcciarli criticamente, integrarli nella sua didattica di classe e consigliarli come materiali per uno studio/approfondimento individuale. Questo è un esempio di integrazione delle ICT.
Google ci rende idioti?
22/08/08 18:09
È iniziato da alcuni mesi un dibattito che tocca l'uso delle ICT in ambito cognitivo, per rapporto ai vantaggi e agli svantaggi che questo impiego comporta. In grandi linee, ci si interroga sul fatto che l'uso di internet renda più o meno idioti. Tutto è partito da Nicholas Carr che ha pubblicato un saggio su "The Atlantic" (poi tradotto in italiano da "Internazionale, no. 751), ripreso da "Der Spiegel", da "Le Temps" e continuato in molti blog. Al tema ho già dedicato un post nel quale accennavo al fatto (M. McLuhan dixit) che il canale comunicativo e l'informazione veicolata modificano il modo di pensare e l'organizzazione cognitiva. Carr, non nascondendo le opportunità offerte dai servizi dell'internet (e dal web in particolare), afferma che attraverso l'uso intensivo di questi servizi diventiamo idioti, non siamo più in grado di concentrarci, ci facciamo dispersivi e ci limitiamo ad attenzioni ridotte e a letture sempre più corte.
Naturalmente ringrazio Carr di avere iniziato il dibattito, poiché esso dimostra che siamo effettivamente a un tornante epocale per quanto attiene alla trasmissione, all'organizzazione e alla fruizione (anche in senso cognitivo) delle informazioni. Da anni, diversi lo sottolineano. Al tema ho già dedicato diversi post in cui descrivo come i servizi dell'internet ci rendono (più o meno) intelligenti e di come è emerso (in senso sistemico) un nuovo artefatto cognitivo. Appare evidente che il dibatto ha il merito di cogliere e criticare questo tornante epocale nell'ambito comunicativo e cognitivo.
Riprendo in sintesi quanto ultimamente di interessante è stato detto o scritto sul tema. Dillenbourg (EPFL) parla di protesi offerta dall'insieme di questi servizi, protesi che si sostituisce ad alcune nostre capacità ma, nel contempo, ci rende maggiormente performanti. Panese (Uni Losanna) è del mio stesso parere e cioè che la tecnologia modifica, essendo un artefatto cognitivo, il nostro modo di ragionare. Koch (insegnante ICT) sottolinea che è giunto il momento di accettare la diversità dei supporti conoscitivi che si aggiungono ai libri.
Come gente di scuola, non possiamo comunque non vedere nel presente dibattito le opportunità e i pericoli che questi servizi ICT mettono a disposizione e fanno emergere per rapporto agli studenti che le usano come "nativi digitali".

Sicurezza o paranoia?
11/08/08 13:28
Si è tenuta la scorsa settimana a Las Vegas il congresso Black Hat dedicata alla sicurezza informatica. Questo incontro era quasi interamente dedicato a temi che interessano i tecnici informatici che si occupano di sistemi di protezione. Un congresso quindi da specialisti in materia. Tuttavia, dalle conferenze proposte sono emersi temi che concernono anche alcune tipologie di utilizzatori di internet, in particolare quelli rintracciabili tra i "webacteurs". Si tratta degli utenti che usano servizi del web2.0 e che hanno profili in rete e intensi scambi nei siti di "social network" quali facebook o Myspace. Ebbene, questi utenti sono potenzialmente attaccabili da pirati informatici che si appoggiano soprattutto sulla credulità e superficialità di questi webacteurs. Gli esperti in materia di sicurezza sono preoccupati: questi utenti scaricano molte applicazioni senza rendersi conto del rischio di infezione informatica. Così facendo, infettano il loro profilo (le informazioni pubblicate in rete), nuocendo così anche alla rete (social-network) di conoscenze che hanno creato. Da qui pure una possibile infezione del proprio pc che potrebbe servire da punto di partenza per attacchi di grande portata. Oppure per spiare quanto questo tipo di utente esegue in rete, sorvegliato a distanza dai pirati informatici. Sicurezza o paranoia? Comunque, “Ocio...”
Adolescenti in rete: tra amicizie, trasgressioni e rischi.
31/07/08 15:28
Da un'inchiesta effettuata dalla Doxa per l'associazione "Save the Children" nel febbraio 2008 (scarica in .pdf), risulta che il 2/3 degli adolescenti italiani che usa internet entra nei servizi del web2.0 e rende disponibile un proprio profilo personale. Anche da noi, empiricamente parlando, questa è la tendenza. Questo sembra essere coerente con quanto precedentemente scritto e in linea con l'emergenza dei cosiddetti "webacteurs" , ma apre tuttavia una serie di interrogativi inerenti alla protezione dei dati personali e alla conoscenza dei rischi - potenziali ma esistenti - che si incontrano in siti di "social network" come facebook (vedi post) o Myspace. Qui non si vuole esagerare la portata del rischio per rapporto alle opportunità, ma si vuole sottolineare l'importanza di un'informazione corretta e trasparente su questi servizi e sulle leggi a cui essi fanno riferimento. Rapportarsi al web2.0 con conoscenza di causa appare oggigiorno assiomatico, per evitare i rischi personali e aumentare le possibilità comunicative.
Ma, a chi compete questa informazione? Alla scuola che deve una volta di più educare oltre che istruire? Agli enti che si occupano di prevenzione? Allo Stato e ai suoi Dipartimenti?
Da alcuni anni diverse iniziative in questo campo informativo sono disponibili; l'elenco sarebbe lungo. Preme sottolineare che il "target" a cui si rivolgono queste iniziative dovrebbe essere l'insieme dei docenti. In modo che questi possano - una volta informati e/o formati - integrare e proporre le informazioni ad allievi/studenti, secondo modalità scolasticamente pertinenti. Un'offensiva che vada in questo senso sarebbe opportuna. La Confederazione l'ha già positivamente attivata, creando guide e percorsi didattici (vedi). Per ora purtroppo solo in tedesco e in francese. Probabilmente poiché noi, della Svizzera italiana, non ci si è attivati a sufficienza sul tema, o forse perché il problema è meno sentito alle nostre latitudini, oppure perché abbiamo le idee in chiaro. À suivre...
© fri-ticLeggo i tuoi dati e tu non lo sai...
17/07/08 16:37
Nelle scuole e nel privato il portatile - o altro apparecchio che lo sostituisce (Blackberry, Iphone, ipod)- si usa sempre più. La diffusione degli hotspot wifi è in crescita esponenziale. Alcuni ritrovi pubblici, alcune città (tra cui Lugano) e le scuole universitarie (tra cui l'ASP) offrono questo tipo di collegamento all'internet. Esiste addirittura un progetto di interconnessione tra hotspot universitari e privati per fare in modo che l'accesso alla rete sia continuo anche fuori dal campus. L'essere sempre connessi appare come una necessità e lo studente, nativo digitale, apprezza.
Ma questo essere in rete con la connessione wifi non è privo di pericoli. Per esempio, nella nostra rete wifi istituzionale potrei catturare i dati sensibili che circolano su questa rete interna, protetta. Figurarsi sulle molte reti wifi aperte. È sufficiente circolare per le strade cittadine usando un apparecchio che permette la connessione al wifi per detectare le reti aperte a cui accedere. Non solo per sfruttarle per navigare, ma anche per catturare dati sensibili. Dati che l'utente utilizza per accedere alla sua posta elettronica, ai siti web necessitanti di un identificativo e altro ancora. Insomma, tutto quanto non è protetto da un protocollo che cripta quanto dall'utente va al server con cui si dialoga. Se manca il protocollo criptato, tipo "https" (lucchettato, di regola), quanto viene digitato può essere letto. Per esempio da software gratuiti tipo Wireshark.
In altre parole, ci si trova in situazioni più pericolose di quelle in cui si naviga in internet con un pc windows senza antivirus. In questo ambito il pericolo non è il proprio pc, bensì la propria privacy. Ma, voi non procedete in questo senso, nevvero?
immagine SWITCHDal sapere al comprendere: la rete e il senso
13/07/08 13:10
Da oltre 10 anni (dalla massificazione di internet) sento gente di scuola (ma non solo) affermare che l'informazione in internet è troppa, che ci si perde, che la qualità non sempre è valida. Insomma, nella moltitudine delle notizie di internet ci si potrebbe annegare. Inizialmente concordavo con queste affermazioni. Da pochi anni ho però modificato il mio parere. L'ho riformato da quando ho capito che per non annegare nelle informazioni bisogna produrne. Sembra un paradosso ma non lo è.
In effetti il problema - come ben afferma D. Weinberger - non è la quantità di informazioni, bensì la sua frammentazione. Il web è per noi adulti fonte importante di informazioni quando queste ci sono interessanti. Nel web, a differenza che nei libri, le informazioni sono stoccate su supporti digitali, molto più facilmente rintracciabili, commentatili e tracciabili anche da parte nostra, grazie a metadati. Così facendo (delicious, digg, links, playlist,...) diamo a questi metadati per noi interessanti del senso, facendoci diventare degli esperti. Notiamo inoltre - per complicare il discorso - che i metadati, nel web, spesso si confondono coi dati che veicolano: per esempio, un catalogo di libri porta direttamene ai libri che presenta/organizza. L'accesso alle informazioni risulta quindi essere più personalizzato. Non è l'esperto che, tramite metadati, classifica e propone, dando ordine come nel "mondo fisico", bensì è l'utente che organizza le informazioni in funzione dei suoi interessi e necessità, mescolando metadati e dati. Esempi di questo modo di gestire le informazioni sono presentati dai collettori di metadati (tag) del tipo delicious, oppure da enciclopedie on-line tipo Wikipedia.
Raccogliendo così le informazioni (taggate, linkate o commentate), si deve però prestare attenzione alla loro qualità. L'esperto riconosciuto istituzionalmente in rete non esiste. Dobbiamo quindi impegnarci maggiormente, trovare le pagine di discussione sul soggetto, scoprire i commenti inerenti a quest'ultimo. In sintesi, come adulti consapevoli, su internet non cerchiamo solo l'informazione, cerchiamo di meglio comprendere quanto già sappiamo: stabiliamo cioè relazioni tra l'informazione e il senso, aggiungendoci del valore. Questo si chiama comprensione.
In un'ottica di formazione, la sfida per rapporto a questo nuovo modo di procedere nei confronti del sapere, risiede nella sua trasmissione e trasformazione didattica, prima per i formatori, poi per gli studenti.
In effetti il problema - come ben afferma D. Weinberger - non è la quantità di informazioni, bensì la sua frammentazione. Il web è per noi adulti fonte importante di informazioni quando queste ci sono interessanti. Nel web, a differenza che nei libri, le informazioni sono stoccate su supporti digitali, molto più facilmente rintracciabili, commentatili e tracciabili anche da parte nostra, grazie a metadati. Così facendo (delicious, digg, links, playlist,...) diamo a questi metadati per noi interessanti del senso, facendoci diventare degli esperti. Notiamo inoltre - per complicare il discorso - che i metadati, nel web, spesso si confondono coi dati che veicolano: per esempio, un catalogo di libri porta direttamene ai libri che presenta/organizza. L'accesso alle informazioni risulta quindi essere più personalizzato. Non è l'esperto che, tramite metadati, classifica e propone, dando ordine come nel "mondo fisico", bensì è l'utente che organizza le informazioni in funzione dei suoi interessi e necessità, mescolando metadati e dati. Esempi di questo modo di gestire le informazioni sono presentati dai collettori di metadati (tag) del tipo delicious, oppure da enciclopedie on-line tipo Wikipedia.
Raccogliendo così le informazioni (taggate, linkate o commentate), si deve però prestare attenzione alla loro qualità. L'esperto riconosciuto istituzionalmente in rete non esiste. Dobbiamo quindi impegnarci maggiormente, trovare le pagine di discussione sul soggetto, scoprire i commenti inerenti a quest'ultimo. In sintesi, come adulti consapevoli, su internet non cerchiamo solo l'informazione, cerchiamo di meglio comprendere quanto già sappiamo: stabiliamo cioè relazioni tra l'informazione e il senso, aggiungendoci del valore. Questo si chiama comprensione.
In un'ottica di formazione, la sfida per rapporto a questo nuovo modo di procedere nei confronti del sapere, risiede nella sua trasmissione e trasformazione didattica, prima per i formatori, poi per gli studenti.
Senza posta elettronica, integrazione delle ICT difficile
08/07/08 23:54
Come già scritto, l'uso delle ICT in classe è in Ticino (ma anche in Svizzera) al di sotto delle aspettative. Gli investimenti in infrastrutture e le varie formazioni con relativi progetti scolastici non hanno portato al risultato sperato. Anche una legge federale è stata creata (Legge federale sull’incoraggiamento dell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle scuole, vedi offensiva PPP-sir) ma lo "switch" non è pienamente avvenuto. I motivi sono molti. Alcuni sono stati presentati in un post precedente, altri lo saranno in successivi. Qui preme sottolineare come uno di questi - di carattere questa volta puramente tecnico - sia legato alla mancanza di un account di posta elettronica dei docenti ticinesi. Infatti questi, tranne eccezioni, non possono essere raggiunti via email dai vari attori scolastici. Si dà per scontato che l'uso della posta elettronica sia il servizio attorno al quale ruotano gli altri servizi dell'internet. La maggior parte dei docenti lo sa e ne fa uso, ma specialmente nel contesto privato.
L'integrazione delle ICT nella formazione oggigiorno avviene anche se questa variabile è sotto controllo. Lo si è visto in diverse Istituzioni scolastiche (vedi livello terziario), dove la comunicazione amministrativa è stata spostata dai supporti cartacei a quelli digitali, via anche la posta elettronica. In questi casi i docenti (ma anche gli studenti) si sono velocemente acculturati all'uso di queste ICT e diverse piste di carattere formativo e didattico si sono aperte. Alcune di queste portano all'integrazione delle ICT e sono apprezzate soprattutto dagli studenti che, essendo "nativi digitali", le accettano positivamente.
È notizia recente che un progetto"Posta elettronica docenti” sta' per avere inizio a livello di Scuola ticinese. Speriamo che quest'ultimo si concluda presto. L'augurio è che grazie all'account professionale scolastico fornito a tutti i docenti, si possano ugualmente veicolare informazioni di tipo didattico che portino acqua al mulino dell'integrazione delle ICT in classe. Se l'amministrativo obbliga, il didattico ne guadagna?

Scarichi da internet? Ocio...
27/06/08 20:06
L'IFPI negli ultimi anni - facendo ricorso a ditte specifiche che "annusano" la rete alla ricerca di internauti che mettono a disposizione dei files protetti da copyright (musica, filmati, programmi) - ha identificato gli indirizzi IP di molte persone. Nei loro confronti ha aperto delle procedure penali. Queste procedure sono dipendenti dalle legislazioni nazionali ma portano comunque a azioni di tipo dimostrativo di stampo maoista ("Colpiscine uno per educarne cento").
Il funzionario svizzero preposto alla protezione dei dati non apprezza che ditte private agiscano in questo modo. Collezionare indirizzi IP di internauti svizzeri non è autorizzato, poiché la legislazione vigente li considera alla stregua di dati personali. Sembra che questo modo di procedere non abbia finora portato, in Svizzera perlomeno, a denunce basate su questo sistema di identificazione. In Germania, Gran-Bretagna e Polonia, il sistema "annusamento/denuncia" ha tuttavia funzionato da deterrente.
Quello che si può dire è che nella Confederazione elvetica condividere (scaricare e rendere disponibili) dati protetti da copyright non comporta sanzioni legali. Ciò nonostante, si percepisce che l'attuale sistema di produzione/promozione/distribuzione è superato dall'avvento di internet e soprattutto dalla condivisione dei dati possibile grazie al “peer-to-peer” e al web2.0. Per esempio, nel campo della musica aspettiamo tutti un nuovo sistema coerente con queste tecnologie, adatto a chi produce e a chi consuma e che riduca nel contempo lo strapotere delle case di produzione (vedi IFPI). Speriamo e lasciamoci sorprendere...
Il funzionario svizzero preposto alla protezione dei dati non apprezza che ditte private agiscano in questo modo. Collezionare indirizzi IP di internauti svizzeri non è autorizzato, poiché la legislazione vigente li considera alla stregua di dati personali. Sembra che questo modo di procedere non abbia finora portato, in Svizzera perlomeno, a denunce basate su questo sistema di identificazione. In Germania, Gran-Bretagna e Polonia, il sistema "annusamento/denuncia" ha tuttavia funzionato da deterrente.
Quello che si può dire è che nella Confederazione elvetica condividere (scaricare e rendere disponibili) dati protetti da copyright non comporta sanzioni legali. Ciò nonostante, si percepisce che l'attuale sistema di produzione/promozione/distribuzione è superato dall'avvento di internet e soprattutto dalla condivisione dei dati possibile grazie al “peer-to-peer” e al web2.0. Per esempio, nel campo della musica aspettiamo tutti un nuovo sistema coerente con queste tecnologie, adatto a chi produce e a chi consuma e che riduca nel contempo lo strapotere delle case di produzione (vedi IFPI). Speriamo e lasciamoci sorprendere...
Web2.0 antiecologico?
20/06/08 20:04
Anche il Ticino vorrebbe gestire un "Computer cluster" o "Grid computer", insieme di computer che permette elaborazioni molto complesse, lavorando in parallelo. Questo sistema, fisicamente previsto nel Luganese, consumerà molta energia e scalderà enormemente, tanto che è previsto - nel caso fosse costruito. - una sinergia con il quartiere in cui sarà situato affinché ci sia un parziale recupero calorico. Quello che preme notare è che questi tipi di sistemi informatici consumano molta energia e ne dissipano altrettanta. Essi si stanno sempre più diffondendo a livello mondiale. I servizi che grazie a questi sistemi si sviluppano, aumentano le possbilità di calcolo informatizzato e permettono anche l’espansione dei servizi di internet (tra cui il web2.0) che quindi necessitano di sempre più energia. Si può affermare che una ricerca in Google consuma come una lampadina economica accesa per un'ora e un avatar in "Second Life" consuma più energia di quanta ne usi un brasiliano medio (fonte: CS nel suo rapporto 2007 sulle PME svizzere). Gli economisti del CS constatano che “You Tube” genera da solo più traffico di dati di quanto non faceva globalmente internet 2 anni fa. Tra il 2000 e il 2005, il consumo di corrente da parte di internet è raddoppiato a livello mondiale. Questa è una tendenza. L'aumento arrischia di essere esponenziale se non interverranno economie. Quindi, il virtuale e il condiviso - e perciò il web2.0 - ha un prezzo anche se la gratuità è percepita come parte del sistema: un prezzo ecologico.


Videogiochi violenti
15/06/08 20:01
Legittimamente, cresce di settimana in settimana la discussione sui videogiochi (VG) a sfondo violento. In Svizzera e in Ticino il dibattito verte attorno all'opportunità di proibirne la vendita ai minorenni e di assimilarne la visione/impiego a quella dei film (minori di ...), almeno per gli ambienti pubblici, tipo sale-giochi. Il perno delle discussioni ruota attorno all'assimilazione degli atteggiamenti violenti proposti dai VG: più il VG è violento, maggiore sarà la possibilità che il giocatore (soprattutto se adolescente) interiorizzi questo atteggiamento, generalizzandolo anche in ambito non virtuale. Probabilmente è vero. La qualità attuale dei VG che riportano una realtà simulata in alta definizione e gli scopi sempre più criminali da perseguire per vincere, possono essere fonte di preoccupazione per quanto concerne questa assimilazione violenza-virtuale vs violenza-reale. Aggiungerei che l'alta esposizione (dipendenza) aiuta. Per ora ci si limita prevalentemente allo scambio di pareri. Più volte si sentono psicologi sparare a zero sulla violenza nei VG: probabilmente non sanno di ciò che parlano. Più volte si sentono redattori difendere a spada tratta i VG: probabilmente non sanno di ciò che parlano. I primi parlano senza conoscere il prodotto, i secondi senza considerare le implicazioni psicologiche sugli utenti. Alcuni specialisti hanno uno sguardo distaccato, filosofico, attendista. Come Pacetti (2007), che afferma che"... questo è un mondo violento, governato da persone violente, e, checché se ne dica retto dalla legge del più forte" forse per giustificare l'attuale "laisser-faire"..
A livello europeo l'intenzione è cmq di arrivare entro 2 anni all'adozione di un codice di condotta destinato a completare l'attuale sistema basato sulla categoria d'età (PEGI), messo a punto dall'industria. Una valutazione quindi non più da parte di chi produce ma dalla parte del consumatore. Vedremo.
Non arrendiamoci. Chi come noi può discutere sul tema e può anche legiferare perché il sistema democratico glielo permette, agisca. E' infatti questo che ci aspettiamo dalle nostre autorità, visto che il tema è anche sul tavolo del CdS ticinese. Si proponga una linea di condotta alla quale attenerci. Poi, come educatori, genitori e giocatori potremo anche discettare, ma avremo almeno un punto di partenza da cui iniziare. Senza dimenticare - per fortuna - che i VG non appartengono tutti alla categoria dei giochi violenti. Ma, questo è un altro discorso.
mix&remix
A livello europeo l'intenzione è cmq di arrivare entro 2 anni all'adozione di un codice di condotta destinato a completare l'attuale sistema basato sulla categoria d'età (PEGI), messo a punto dall'industria. Una valutazione quindi non più da parte di chi produce ma dalla parte del consumatore. Vedremo.
Non arrendiamoci. Chi come noi può discutere sul tema e può anche legiferare perché il sistema democratico glielo permette, agisca. E' infatti questo che ci aspettiamo dalle nostre autorità, visto che il tema è anche sul tavolo del CdS ticinese. Si proponga una linea di condotta alla quale attenerci. Poi, come educatori, genitori e giocatori potremo anche discettare, ma avremo almeno un punto di partenza da cui iniziare. Senza dimenticare - per fortuna - che i VG non appartengono tutti alla categoria dei giochi violenti. Ma, questo è un altro discorso.
mix&remixContro Facebook
12/06/08 19:59
Web2.0 è comunità sociale; è condivisione di dati, di idee e di gusti. Oggigiorno sembra risulti più facile cercarsi in modo virtuale in siti di "social network" che in un bar, in una piazza o per il tramite di un'associazione. Forse perché abbiamo meno tempo a disposizione e lo spostarci diventa complicato. O, forse, perché la tecnologia del web2.0 ci mette a disposizione un'identità virtuale, mascherata e meno onerosa da gestire, almeno sul piano personale. Facebook, uno dei social network più gettonati nel campo del web2.0, ha come slogan "Un servizio sociale per rimanere in contatto con le persone attorno a te". L'impressione è che grazie a siti come Facebook si rimane davanti a un computer e ci si isola. Ma, non è questa l'impressione delle migliaia di utenti di questo social network che cresce esponenzialmente: certifica oltre 60 milioni di utenti. 60 milioni di coglioni - afferma T. Hodgkinson del "The Guardian" - che hanno fornito i loro dati anagrafici e preferenze d'acquisto a un'azienda di cui non sanno nulla. Ed è qui il problema. Dietro questa società, esiste un gruppo di persone, "neocon" che credono nei valori conservatori, nel libero mercato e in un governo con funzioni ridotte al minimo. Niente di strano, per carità. Anche alle nostre latitudini esistono persone che professano queste linee politiche. Per fortuna non hanno investito nel web che in questo caso viene visto come un sistema a favore del libero commercio e per la libertà dei rapporti umani e degli affari. Libertà che infatti trasforma il concetto di "condivisione" in "fare pubblicità". Per rendere attenti i potenziali utenti di Facebook si consiglia di leggere attentamente come la privacy viene trattata: "Faremo pubblicità", "Non potete cancellare niente", "Chiunque può sbirciare le vostre confessioni", "La nostra pubblicità sarà irresistibile" e "La CIA si farà gli affari vostri ogni volta che vorrà", sono tra le linee direttrici del sito. Uno spasso per chi non ha idee ma cerca di condividerle.


Il web2.0: moda o tendenza?
10/06/08 19:55
Il web 2.0 è arrivato. Lo si nomina sempre più. Lo si considera come un nuovo modo di concepire i servizi di internet, in particolare il web. Cos`è il web2.0? In poche righe una risposta è solo abbozzabile. Vediamo di dare alcuni elementi per poi, successivamente, approfondire l'argomento. Innanzitutto, l'internet e il web non sono da confondere. Il primo è la rete sulla quale "girano" molti servizi (tra cui la posta elettronica); il secondo è un'applicazione che permette di consultare informazioni navigando (browser) da un sito all'altro. Ed è qui che avviene il cambiamento dal web al web2.0. Gli utenti infatti passano dallo statuto di viaggiatori a quello di attori, grazie al miglioramento della tecnologia, sempre più trasparente ed ergonomica. Alcuni autori (F. Pisan, D. Piotet, 2008) parlano di "webacteurs". Questi utenti propongono contenuti, li commentano, interagiscono, creano comunità: rendono cioè i servizi e le informazioni più variegati e in forte e continau evluzione.. Questi "webacteurs" sono un sottoinsieme degli internauti che si implica maggiormente, che emerge e fa tendenza. Gli internauti consultano Wikipedia, loro scrivono e commentano le voci. La maggioranza degli utenti sfoglia foto e filmati in Flickr e Youtube, loro ne alimentano i contenuti. Creano comunità sociali in Myspace, Beebo ed altri ancora.
Diversi di questi Webacteurs dice la sua nei blog, come chi scrive. Ma, qual è la qualità di questi contenuti? Non si abbassa, privilegiata dalla voglia di mostrarsi? Quali sono i plus-valori di queste espressioni individuali, micro e frammentate?

Diversi di questi Webacteurs dice la sua nei blog, come chi scrive. Ma, qual è la qualità di questi contenuti? Non si abbassa, privilegiata dalla voglia di mostrarsi? Quali sono i plus-valori di queste espressioni individuali, micro e frammentate?

ICT come artefatto cognitivo
01/06/08 19:50
Prima di addentrarmi in temi all’intersezione tra tecnologia, apprendimento e formazione con particolare riferimento alla Scuola, ritengo doveroso definire alcuni termini per cercare una condivisione sui temi in gioco.
Innanzitutto l’acronimo MICT stà a indicare “Media, Informatica, Comunicazione e Tecnologia”, insiemi di dati multimediali in formato numerico, gestiti da apparecchi informatici. Si noti l’uso della M(edia) che da alcuni anni si è fuso con l’acronimo ICT (o TIC) dando importanza alla multimedialità numerica.
Poi, reputo utile indicare come queste tecnologie siano importanti dal punto di vista cognitivo. Solitamente esse rappresentano un “qualche cosa” rispetto alla realtà. Le MICT sono un artefatto che descrive o rappresenta uno o più aspetti reali: sono un artefatto cognitivo. D. A. Norman ben descrive cos`è un artefatto cognitivo nel suo libro “Things that make us smart” (1993). In sintesi, un insieme di ordini, codici e procedure che permettono la descrizione di una realtà senza che questa sia presente. Per meglio orientare il lettore porto come esempi di artefatti cognitivi, la matematica e la scrittura che rappresentano realtà esistenti ma descritte con codici e simboli che richiamano quanto si vuole indicare.
Qualcuno disse che quando nella storia appare un nuovo artefatto cognitivo, si possono generare alterazioni negli equilibri sensoriali e nelle forme di pensiero. Non so se questo è vero. Con l’avvento della scrittura a caratteri mobili (Gutenberg) questo si è avverato. Appare comunque evidente come queste tecnologie abbiano modificato in pochi anni diversi campi e si siano integrate anche in ambito sociale, modificando abitudini e altro ancora. Non si sono però integrate nella Scuola che - come ebbe a dire S. Papert – offre imperterrita un modello di insegnamento che resiste, con pochi cambiamenti, da secoli.
Innanzitutto l’acronimo MICT stà a indicare “Media, Informatica, Comunicazione e Tecnologia”, insiemi di dati multimediali in formato numerico, gestiti da apparecchi informatici. Si noti l’uso della M(edia) che da alcuni anni si è fuso con l’acronimo ICT (o TIC) dando importanza alla multimedialità numerica.
Poi, reputo utile indicare come queste tecnologie siano importanti dal punto di vista cognitivo. Solitamente esse rappresentano un “qualche cosa” rispetto alla realtà. Le MICT sono un artefatto che descrive o rappresenta uno o più aspetti reali: sono un artefatto cognitivo. D. A. Norman ben descrive cos`è un artefatto cognitivo nel suo libro “Things that make us smart” (1993). In sintesi, un insieme di ordini, codici e procedure che permettono la descrizione di una realtà senza che questa sia presente. Per meglio orientare il lettore porto come esempi di artefatti cognitivi, la matematica e la scrittura che rappresentano realtà esistenti ma descritte con codici e simboli che richiamano quanto si vuole indicare.
Qualcuno disse che quando nella storia appare un nuovo artefatto cognitivo, si possono generare alterazioni negli equilibri sensoriali e nelle forme di pensiero. Non so se questo è vero. Con l’avvento della scrittura a caratteri mobili (Gutenberg) questo si è avverato. Appare comunque evidente come queste tecnologie abbiano modificato in pochi anni diversi campi e si siano integrate anche in ambito sociale, modificando abitudini e altro ancora. Non si sono però integrate nella Scuola che - come ebbe a dire S. Papert – offre imperterrita un modello di insegnamento che resiste, con pochi cambiamenti, da secoli.
Perché un altro blog
01/06/08 00:02
A dire il vero, nessuno sentiva la mancanza di un blog sulle ICT e la formazione. Di sicuro non chi opera nella scuola e si interessa di ICT. Un blog, per dirla con Patrick Rambaud è la "versione moderna dei quei pazzerelloni che, a Londra, salgono su una cassa la domenica mattina, a Marble Arch, e sciorinano le loro professioni di fede o le loro imprecazioni davanti a un pubblico estasiato". A questi si può però, nei blog, rispondere per iscritto o per interposta persona (alias). È comunque un dialogo da fantasmi - sempre riprendendo Rambaud - dove chiunque può dire qualunque cosa a individui mascherati che non si incontreranno (quasi) mai.
Ecco, di questo tipo di blog nessuno sentiva la mancanza.
Però questo che stai leggendo è un blog di nome ma non di fatto. Non sarà sicuramente più interessante di altri simili o redatto con scrittura raffinata, né discetterà su temi mai pubblicati o annuncerà gossip tecnologici eclatanti. Questo è un tentativo di proporre argomenti sotto forma di "post", all’intersezione tra ICT, formazione e apprendimento. Questi argomenti, se osservati dai punti di vista dei vari attori scolastici (docenti, allievi, esperti, amministratori, genitori), danno luogo a temi nei confronti dei quali si possono abbozzare risposte, seppur di carattere generale. Ma, soprattutto possono aprire riflessioni e discussioni, che saranno da riprendere e sviluppare in ambito formativo. Ecco il punto centrale. La mia intenzione è infatti questa: utilizzare questo "blog" come raccolta di temi e luogo di scambio tra il formatore (chi scrive) e gli studenti (futuri docenti) iscritti ai miei moduli. La notorietà dello stesso è quindi irrilevante.
Poi, a posteriori, si vedrà se questo "diverso" canale informativo sarà apprezzato.
“M. Leuenberger a un blog” © Chapatte